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Categorie protette: una varietà di profili da far emergere

Abbiamo visto come l’ingresso nel mondo del lavoro del personale appartenente alle categorie protette sia pieno di difficoltà per tanti lavoratori. Dobbiamo, però, considerare anche la difficoltà che hanno tanti datori di lavoro nel decidere la mansione da affidare al dipendente disabile. La posizione, infatti, deve essere utile per l’azienda e al tempo stesso conciliarsi con le predisposizioni e la formazione del candidato. Dobbiamo anche evitare di metterlo in difficoltà a causa dei limiti dovuti alla sua disabilità.

Spesso nel pensare di assumere personale appartenente a categorie protette si corre l’errore di uniformare i profili. Molti datori di lavoro pensano che tutte le persone disabili siano in grado di ricoprire solo mansioni semplici e ripetitive. In tanti casi poi li si considera come poco qualificati senza indagare sulle loro capacità. Infatti per le loro propensioni, esperienze pregresse e competenze acquisite studiando i profili sono molto vari e competenti. Relegarli dunque a lavori secondari al solo fine di assolvere all’obbligo è limitante e sminuisce anche le capacità dei singoli dipendenti.

In Italia il profilo dell’impiegato con disabilità “medio” che emerge dallo studio del Prospetto Informativo Disabili è di un uomo tra i 50 e i 59 anni che svolge un lavoro da impiegato. Il maggior numero di personale impiegato si trova al nord Italia, in particolare in Lombardia. Il ricambio generazionale è molto basso, infatti, la quota di personale con meno di 40 anni impiegato è sotto al 20%. Questo perché il sistema italiano di accesso al mondo del lavoro del personale disabile tende a favorire le persone in età più avanzata.

Le figure collocate all’interno del mercato del lavoro, al contrario di come credono molti datori di lavoro e l’opinione pubblica, sono molto diversificate. Molte categorie protette riescono ad eccellere e raggiungere i gradi più elevati dell’istruzione, pur con tutte le difficoltà che incontrano nel loro percorso.

Nel quadro complessivo italiano vediamo che il 36,2% del personale disabile ricopre un ruolo impiegatizio in ufficio mentre il 19,8% è collocato in ruoli più qualificati svolgendo professioni intellettuali. Interessante che il 5,3% del personale è impiegato in mansioni dirigenziali. A seguire abbiamo varie figure impiegate in professioni tecniche ad alta specializzazione e in attività qualificate in ambito commerciale e industriale. Solo il 14% del personale categoria protetta ricopre ruoli non qualificati.

Questa divisione risulta omogenea su tutto il territorio nazionale e non si hanno distinzioni per classi di età e per livello di disabilità. Si riscontrano differenze solo relative al genere in quanto tra le figure femminili abbiamo una maggiore presenza di figure medio alte, come dirigenti e professionisti, mentre tra gli uomini è maggiore la quota di figure qualificate nell’industria e di operai specializzati oltre ad avere la maggiore percentuale di dipendenti non qualificati.

Tante realtà hanno imparato a valorizzare i dipendenti disabili e riconoscerne le capacità, anche se tante aziende medio-grandi mostrano ancora una certa reticenza ad accogliere dipendenti in categoria protetta nel proprio organico. Il cambiamento culturale comunque è in corso: tante piccole aziende, non assoggettate all’obbligo di assumere categorie protette, ne assumono riconoscendo le capacità e il valore di questi dipendenti e guardando oltre agli stereotipi.

E’ comunque ancora possibile fare molto per favorire l’inclusione e l’occupazione del personale disabile partendo dalla formazione. Infatti poco più del 30% delle persone iscritte alle liste di collocamento ha un titolo di istruzione superiore alla licenza media. Solo il 6.3% ha un titolo universitario e solo il 24,6% ha un diploma di maturità. Questo continua a rappresentare ancora un grosso limite per la selezione e il successivo inserimento lavorativo di molte persone. Infatti le persone con disabilità che presentano un titolo di studio più elevato, soprattutto se universitario, diventano risorse estremamente appetibili sul mercato del lavoro. Facilitare l’accesso allo studio alle persone disabili e accompagnarle per tutto il percorso di formazione permetterebbe dunque una maggiore varietà di profili e anche una maggiore inclusione lavorativa. 

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